Non so quali sono le motivazioni che ci spingono a enfatizzare e rendere particolarmente pregevoli e degni di ammirazione, comportamenti esterofili che vantano aria di novità in campo gestionale. Se li guardiamo con attenzione, ci si accorge che sono il risultato del buon senso e di una buona pratica gestionale. Lo abbiamo fatto con il Just in Time, con le Iso 9000, ed ora con la Lean Production. Terminologie utilizzate anche da soggetti che non ne conoscono il significato, o che credono di conoscerlo e che per ragioni di immagine vengono a far parte del vocabolario comune. Ciò non significa affatto che non bisogna fare tesoro dell’esperienza altrui (benchmaking); riconoscere la capacità e volontà di darsi delle regole di condotta sane e logiche è quanto mai doveroso, ma credo sia strumentale l’assurgere a novità modi di gestione che di nuovo non hanno nulla. Ciò che va giustamente enfatizzato è la capacità, tramite una rivisitazione critica del proprio sistema, di definire e implementare una sana gestione. Per fare ciò è giusto e saggio guardare cosa fanno gli altri, trarre spunti e suggerimenti dai metodi visitati, adattandoli e non applicandoli pedissequamente alla realtà in cui sono esportati.
Fatta questa premessa cercherò di definire cos’è la “Lean Production”, senza fare riferimenti alle esperienze di Toyota e Co. Lo sforzo è quello di evidenziare i collegamenti tra mondo esterno – cliente – e mondo interno – azienda – e le implicazioni che questi hanno sul sistema di gestione, dato un obiettivo comune, conosciuto e condivisibile.
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Babele e la matematica
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